IL DOLCE DENTRO LE SPINE           

di

 

FRANCESCO SORGIOVANNI

 

E’ sicuramente tra le piante che caratterizzano in modo più marcato il paesaggio ed entrano nella cultura calabrese e delle altre regioni che circondano il “Mare nostrum”, insieme all'olivo e alla vite. I castagneti di Calabria, che si rinvengono nella parte interna della catena costiera tirrenica, nel bacino del Savuto, nelle fasce

Presilane, sulle Serre e sull'Aspromonte, conferiscono ai luoghi un tocco di mirabile

leggiadria ed esaltano le tinte autunnali fatte di mille sfumature. Alberi secolari che riecheggiano storie, usanze e consuetudini. Memorie, tracce,ombre, segni di una vita semplice e sana, la vita degli avi. Si parla sovente del castagno come “albero del pane” intorno al quale si sviluppò una vera e propria “civiltà del castagno”. Molte le leggende che lo vedono protagonista, e la storia stessa del castagno è mitica. Lo scrittore tedesco, premio Nobel, Herman Hesse, inizia la sua celebre opera “Narciso e Boccadoro” descrivendo il castagno, “un solitario figlio del Sud”. Il castagno è pianta di origine antichissima comparsa sulla terra nel Cenozoico.

I suoi frutti sono presenti nella dieta dell'uomo fin dalla preistoria e le loro virtù erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi. Con il nome di “pane dei poveri” la castagna è stata per secoli la presenza più assidua sulla mensa delle famiglie contadine della Calabria.

Prima della scoperta dell'America, quando in Europa non esistevano ancora le patate né il mais (materia prima della polenta), la castagna era infatti l'alimento che più di ogni altro preservava dalla fame e permetteva di superare i periodi di carestia.

Tra i popoli dell'area mediterranea, i Greci sono stati nell'antichità grandi estimatori

del castagno e diedero un contributo decisivo alla sua diffusione, di cui apprezzavano sia i frutti che il legname, le cui caratteristiche di durezza lo rendevano idoneo alla realizzazione di opere strutturali. In Calabria la castagna è di casa da così tanto tempo che non è facile collocare nel tempo il fortunato incontro. Secondo più fonti l'introduzione nella regione del castagno, pianta originaria dell'Asia Minore, risalirebbe ad un periodo compreso tra il VI e il V secolo avanti Cristo. Veniva considerata già da allora una preziosa risorsa. Basta pensare al valore strategico che le “ghiande di Giove”, come le chiamavano i Greci sottolineandone la prelibatezza, e in particolare la loro farina, in grado

di conservarsi per molti anni, potevano rivestire negli assedi delle città e dei castelli. Più tardi, grazie alla sua molteplicità di impieghi, il castagno ha svolto un ruolo di primo piano fornendo lavoro e cibo per intere generazioni alle popolazioni rurali che abitavano sui monti calabresi. Assai noto, in quel tempo, era ovunque il “pane di Sparta”, ottime anche le sfarinate e la classica zuppa di castagne.Durante il periodo della Magna Grecia frutti e piantine giungono in grandi quantità nell'Italia meridionale, specie in Calabria, che si rivela terra ideale per la castanicoltura.

Notizie del castagno si rinvengono negli scritti di molti autori dell'antichità.

Plinio nell'opera “Naturalis Historia” ne fa una descrizione elencandone anche le principali razze. Virgilio in diverse egloghe delle Bucoliche si riferisce al castagno come “un albero comune e ben coltivato”, già prima della nascita di Cristo, le cui foglie venivano utilizzate per comporre giacigli e le castagne erano considerate frutti di pregio. Tutti ne tracciano un profilo agronomico, storico-culturale, poetico, medico-scientifico, alimentare e gastronomico.

 I Romani scopriranno più tardi le enormi potenzialità del castagno,l'elevato valore alimentare dei suoi frutti, l'inesauribile vitalità della pianta da cui utilizzano il legname ed in farmacopea, fiori, foglie e corteccia. Sulla civiltà del castagno è sorta,

insomma, una vera a propria cultura. Con il suo legno si costruivano le travi

dei tetti delle case, i mobili, gli utensili e si alimentava il fuoco delle stufe e dei camini. Questi motivi, unitamente alle caratteristiche della pianta, tra cui, l'elevata longevità, la rapidità di accrescimento, l'alta capacità pollonifera hanno contribuito allo sviluppo della coltivazione del castagno che, nei primi decenni del 1900, ebbe la sua massima espansione. I castagneti venivano curati e gestiti con molta attenzione e per facilitare la produzione e la raccolta dei frutti si procedeva periodicamente a ripulire il suolo dalle erbe e dagli arbusti. Ma la riscoperta del castagno, ad oggi, appare legata oltre che ad un interesse di mercato, alla riscoperta delle innumerevoli funzioni che i castagneti assolvono. Prima tra tutte una funzione paesaggistica, ricreativa ad ambientale. Gran parte del paesaggio montano

e collinare calabrese è modellato attorno alle selve castanili,che sono un richiamo intenso alle tradizioni e alla cultura delle aree rurali e che, spesso, rappresentano

l'occasione sociale per la riscoperta delle origini e delle antiche usanze delle comunità locali. Il castagneto ben curato svolge,poi, un'importante funzione protettiva contro frane e smottamenti di terra e una difesa indiretta ma efficace sull'insorgere e sulla diffusione e propagazione degli incendi. Il castagno ha, tra l'altro,l'innegabile vantaggio di non avere padroni e quindi di regalare

con generosità i suoi frutti a chiunque voglia raccoglierli.In botanica esistono oltre cinquanta varietà di castagne e ciò dimostra che il castagno ha una versatilità quasi unica fra tutti i frutti offerti dalla natura. In Calabria esistono numerose cultivar, alcune delle quali a diffusione regionale, altre estese a livello di provincia, altre ancora ubicate in zone ristrette. C'è la castagna cosiddetta “curcia”, di media e piccola pezzatura, di difficile sgusciatura, ottimi per produrre castagne secche (pastilli) e bollite (ballotte). La varietà “nserta” è la più diffusa in Calabria ed ha una coltivazione molto antica. I frutti sono di media grandezza, di colore bruno-scuro, con striature bene evidenti. E tra le varietà più comuni, c'è la “riggiola”, di grossa pezzatura e di facile sgusciatura, la “ruvellise”, “arturo”, “marrone di San Donato”, “valeriana”,“cirospaca”,“spatacciola”,“pompa”, “ansolitana”,“mancina”, “mamma”, “corvise”, “rusellara”, “fidile” e “gesuffatta”. Ma le castagne,

tra le tante virtù, di cui una magica (le selvatiche allontanano i raffreddori), hanno quella preziosissima di essere protette dal riccio spinoso che le preserva dagli inquinamenti atmosferici, quindi sono frutti integri, sani e altamente genuini. Persino il filosofo calabrese Tommaso Campanella, nella “Salmodia che invita la terra e le cose in quella nate a lodar Dio, e declara lor fine e la providenza divina”, facente parte delle sue Poesie filosofiche, che lo stesso firma sotto il falso nome di Settimontano Squilla, tratta delle castagne e scrive:” Hanno per schermi i ricci e gli arboscelli/spine contra gli augelli, - asini e bovi/altura trovi in querce, abeti e faggi/per tali oltraggi./ Per tali oltraggi han le quaquiglie, e i pini/guscio; e vesti d'uncini - contra i colpi,/ che ghiro non le spolpi, - han le castagne;

ma pur le fragne.” I calabresi di una volta affermavano che il riccio del castagno

nasconde tre frutti, il primo del contadino,il secondo del povero e il terzo del prete. Talvolta le castagne venivano consumate fresche o arrostite nelle teglie, cotte

e pelate in scodelle, bollite con la buccia o cotte nei paioli fino a che diventavano scure e raggrinzite. Ma l'alimentazione della gente calabrese di montagna si basava soprattutto sulle castagne secche, “i pastilli” (castagne essiccate e poi private della buccia). Le castagne, appena raccolte, venivano disposte in lunghe file sul soffitto della casa sopra delle “cannizze”, dei pianali di legno di castagno e di canne intessute grossolanamente, fissate con corde o fil di ferro alle travi di sostegno. La “cannizza” aveva funzione di essiccatoio. Al centro dell'unica stanza veniva acceso il fuoco con rami secchi ancora umidi, perché producessero fumo; questa operazione veniva ripetuta per più giorni, poi le castagne venivano pestate in un rozzo recipiente con un bastone irto di chiodi e quindi private della buccia. Il termine “pastilli” deriva, appunto, dall'usanza di pestare le castagne.

Ma il modo più antico e più utilizzato di preparare le castagne è quello di arrostirle

sul focolare (caldarroste), dopo averle incise, in una specie di padella dal fondo bucherellato o nel forno a legna ben caldo. L'invenzione di arrostire le castagne si deve ai legionari romani che, essendo una sera molto infreddoliti, per alimentare

il fuoco vi buttarono dentro le castagne che in tal modo rivelarono un profumo inebriante ed un sapore squisito. Ma a prova di quanto fossero considerate preziose, basti ricordare che una volta una manciata di castagne secche

era un premio gradito e che la notte della Befana, nella calza accanto al focolare,

assieme a qualche fico secco e a molto carbone, il posto d'onore l'avevano appunto

le castagne. Con i fiori di castagno si può ottenere anche del buon miele, dal gusto

amarognolo e dal colore scuro. Un frutto così popolare come la castagna non

poteva non avere un po' di spazio anche nei modi di dire. L'espressione “togliere le castagne dal fuoco” significa trarre d'impaccio qualcuno da una situazione difficile e imbarazzante, tutti sanno quanto scottino le caldarroste appena tolte dalla fiamma. Un'altra locuzione più strana e particolare è “essere presi o cogliere in castagna” quando uno fa qualcosa che non va. In realtà le castagne non c'entrano affatto: già nel Cinquecento si usava l'espressione “cogliere in marrone” per dire cogliere in fallo e “marrone” stava per errore. Dal marrone alla castagna il passo è breve, e piano piano si è consolidata quest'ultima nel modo di dire: “cogliere in castagna”. Per trovare conferma dell'intercambiabilità dei due termini, si pensi a questo aneddoto storico. Benché santo e dottore della chiesa, Isidoro di Siviglia, vissuto tra il VI e il VII secolo, aveva fantasie abbastanza audaci da assimilarlo,

per inventività di simbologie e di etimologie, a un emulo ante litteram di Freud. A suo giudizio, infatti, le castagne hanno la forma dei testicoli e il loro nome deriverebbe dal verbo “castrare”, perché, quando si apre il riccio per estrarne i frutti gemelli,l'operazione che si compie ricorda quella della castrazione. In verità i frutti nel riccio sono tre, non due, ed è lecito domandarsi quale ruolo Isidoro attribuisse a

quello centrale. Invece qualcuno, tempo fa, scriveva che “nel castagno si identifica il nostro modo di essere calabresi: chiusi e diffidenti, ma essenzialmente genuini e

generosi”.

Tratto da “il quotidiano della Domenica del 26 Ottobre 2008