
Se la Calabria viene
considerata la prima regione italiana nella esportazione dei funghi “porcini
“ ( Boletus edulis,Boletus aereus,Boletus pinophilus ),lo deve in massima
parte all’altopiano della Sila,vero “paradiso micologico “ per micofili,micofagi
e micologi.
Dal lago Cecita all’Ampollino,dalla
Fossiata al Villaggio Mancuso,da Camigliatello a Palombo Sila,da Bocchigliero a
Petronà è un susseguirsi di boschi che durante la stagione autunnale,e
talvolta anche dalla primavera,consentono agli appassionati cercatori di
funghi,di fare ricchissimi bottini di eccellenti specie.Anche se non disponiamo
di dati ufficiali,più di 3000 dovrebbero essere le specie fungine distribuite
sul territorio silano nel corso di una stagione micologica,senza tener conto
delle specie microscopiche.
Il clima temperato,la
presenza dei laghi che creano la giusta umidità e gli immensi boschi di Pino
laricio,essenza arborea predominante in Sila,oltre alla presenza di bellissime
faggete nonché di querceti e castagneti nella fascia pedemontana,favoriscono la
crescita di innumerevoli funghi,che solo in questi ultimi tempi,vengono guardati
con più attenzione anche da quanti non sono interessati esclusivamente
all’aspetto economico degli stessi.Solo da qualche anno in Sila si va
diffondendo una cultura micologica anche sotto il profilo
gastronomico,scientifico e tossicologico. Per molti anni solo tre,per svariate ragioni,sono state le specie fungine tenute maggiormente in
considerazione dagli abitanti locali:le tre specie di porcini ( Boletus edulis,Boletus
Aereus,Boletus pinophilus ),il rosito (Lactarius deliciosus ) e i “ vavusi “
(Suillus luteus e Suillus granulatus ),chiamati così per il loro aspetto
viscido.
Per verificare la velenosità
dei funghi,gli abitanti della Sila hanno sempre fatto riferimento a quelle
credenze popolari tramandate da secoli,che attribuivano ai risultati di prove
empiriche la possibilità di conoscere la tossicità degli stessi.Le prove più
comuni,per stabilire se un fungo fosse velenoso,consistevano,ed in alcuni casi
ancora trovano applicazione,nel vedere se l’aglio messo a cuocere insieme ai
funghi diventasse nero e restasse bianco; nella eventualità si fosse verificato
il primo fenomeno,i funghi erano da buttare perché velenosi. Erano banditi dal
consumo tutti quei funghi che al taglio,ossidandosi,cambiano di colore,perché
ritenuti velenosi;altra precauzione era quella di verificare se
nelle vicinanze del fungo da raccogliere vi fosse qualche scarpa vecchia
o qualche pezzo di metallo,nel qual caso i funghi sarebbero stati sicuramente
velenosi.Rimedio per trasformare i funghi da velenosi a buoni era quello di
metterli a contatto,durante la cottura,con un ferro rovente,per eliminare il
veleno.Molte volte,nei casi di intossicazione da funghi,non riuscendo a trovare
una causa plausibile sulla tossicità della specie consumata,si riteneva che
essa fosse da attribuire al passaggio di una vipera.
Altra credenza,che qualche
volta si è rivelata fatale,è quella di considerare commestibili tutti i funghi
mangiati dalle lumache o,abitudine più grave,di consumare i funghi subito dopo
averli fatti mangiare al gatto. Personalmente ho visto migliaia di funghi,anche
mortali,mangiati con tutta tranquillità dalle lumache e ho visto persone
ricoverate in ospedale,con gravi sintomi d’intossicazione,per avere consumato
funghi,fatti in precedenza assaggiare al gatto,poiché i primi segni di
malessere possono iniziare dopo 24/48 ore se non addirittura,nel caso
d’ingestione del Cortinarius orellus,dopo 20 giorni,con gravissimi danni a
carico dei reni.
Tutte prove empiriche
attuate dai consumatori locali,comunque comuni a quelle di altre località
italiane,non hanno alcuna validità scientifica e spesso sono causa di
avvelenamenti anche gravi,se non addirittura mortali. La velenosità dei funghi
è dovuta a caratteristiche genetiche e l’unico modo per stabilire se un fungo
è commestibile o velenoso è quello di riconoscere la specie senza ombra di
dubbio e solo in base ai caratteri morfologici e organolettici.
L’interesse vero e
proprio per i funghi silani,ed in modo particolare per i “porcini “,è nato
all’incirca negli anni 50 quando da Genova vennero alcuni commercianti di
legname e di carbone per lo sfruttamento dell’immenso patrimonio boschivo
dell’altopiano. La presenza nei boschi di tonnellate di “porcini “ fece
spostare l’interesse di quelle persone,che in Liguria era avvezze al consumo
ed ai relativi costi di questi preziosi doni della natura:iniziò così la
commercializzazione e l’esportazione verso il nord delle tre varietà di “
porcini “ più ricercati,dalle caratteristiche organolettiche eccellenti.
Inizialmente il prezzo di vendita dei “ porcini “ era molto basso,ma
era,comunque,un grosso incentivo per quelle persone che vivevano unicamente
delle povere produzioni della loro terra;con il passare degli anni,però,le
richieste aumentarono insieme ai prezzi e ,parallelamente alla vendita di funghi
freschi,che non esauriva la grande produzione
dei boschi silani,cominciarono a nascere piccoli laboratori per la
trasformazione. I laboratori erano quasi sempre a conduzione familiare e
preparavano,oltre a porcini secchi e sott’olio,degli ottimi rositi (Lactarius
deliciosus ) e ultimamente dei misti (Tricholoma imbricatum,T.
portentosum,Ramarla aurea,Armillaria mellea) sott’olio,che sono diventati il
fiore all’occhiello dei prodotti tipici della Calabria.
Negli ultimi anni
le aziende di trasformazione si sono moltiplicate e la produzione,visto
anche l’aumento del numero dei cercatori non professionisti,non è più
sufficiente al fabbisogno delle industrie locali. Tranne che da parte di alcuni
produttori legati affettivamente ai funghi silani,si importano “ porcini “
da molte zone del mondo (Sud Africa,Tunisia,Slovenia ) e addirittura si fa
ricorso ai funghi coltivati intensivamente sulla paglia,quale la Volvaria
volvacea,definiti sulle etichette delle confezioni “funghi di muschio”.
Basterebbe attingere agli
ottimi funghi che invadono i boschi silani in determinati periodi,del tutto
ignorati perché considerati velenosi,per soddisfare il fabbisogno
dell’industria conserviera locale e mettere in commercio dei funghi che nulla
hanno da invidiare ai porcini,rositi o addirittura” vavusi”.
La raccomandazione che si
può fare a chi si accosta a questo appassionante Hobby per la prima volta è
quella di nutrire il massimo rispetto per la natura,evitando di lasciare rifiuti
nei boschi,di raccogliere solo i funghi sicuramente conosciuti,senza calpestare
quelli ritenuti velenosi,che sono comunque indispensabili alla vita stessa dei
boschi. Inoltre,è consigliabile usare contenitori rigidi aerati per consentire
la dispersione delle spore e la crescita di nuovi carpofori e non adoperare
rastrelli che potrebbero danneggiare lo strato umifero del bosco,non consentendo
la crescita di funghi nello stesso posto.E’ raccomandabile,infine, raccogliere
funghi integri e completi di tutti gli elementi utili all’identificazione
degli stessi onde evitare errori che si potrebbero rivelare fatali.
(La
Sila-storia-natura-cultura-edizione Prometeo-Amministrazione Provincia
di Cosenza.)
