LA SILA

Parenti è una località della presila cosentina, in particolare della Sila Piccola la zona che parte dalla vallata del Lago Arvo, attraversa il Lago Ampollino e degrada fino alle prime alture catanzarese. Le altre denominazioni principali della  vasta toponomastica della Sila sono: Sila Greca, è la parte settentrionale dell'altipiano e racchiude le alture intorno ad Acri; Sila Grande, comprende la parte centrale dell'Acrocoro.

Storia della Sila

L’altopiano silano deve la sua particolare formazione all’incessante azione erosiva degli agenti atmosferici e dei ghiacciai che coprivano le sue vette fino a solo diecimila anni fa, nell'antichità classica comprendeva l'attuale massiccio e tutto l'Appennino calabrese, con le sue foreste secolari ed impenetrabili copriva l’intera regione centrale della Calabria.

Il nome SILA deriva dal greco hyle e dal latino silva. Secondo Eliano ( II secolo d.C.) il dio della foresta, figlio del Crati, al quale si consacrava la pece e si sacrificavano giovenchi su altari ornati con rami di pino e abete si chiamava Sileno.La foresta era proprio la Sila.Inoltre la Sila era anche il bosco consacrato a Hera Lacinia, il cui tempio sorgeva su un promontorio nei pressi di Capo Colonna.

Della Sila scrissero personaggi come Virgilio, Plinio, e anche Cassiodoro, che ne vantava la grandezza dei boschi.

Nei boschi della Sila erano stati assassinati uomini assai noti.

                       Cicerone:” Bruto

Dopo la loro resa ai Romani,i Bruzi furono costretti a cedere ai Romani una metà della loro regione montana che è detta Silva,piena di legno atto a edificazioni di case e navi e qualsivoglia uso a cui il legno si presta.In questa zona infatti vediamo in quantità rilevante l’abete che si alza dritto verso il cielo,il peccio,il pioppo nero e il frassino e il pino e il ramoso faggio le cui linfe sono largamente rinfrescate dai ruscelli scorrenti fra i boschi.

                    Dionigi di Alicarnasso “ Antichità di ROMA XX,15-16

I  Bretti abitano l’entroterra di questo territorio.Vi si trovano la città di Mamertium e quella foresta che chiamno Sila che produce la pece migliore che si conosca,detta pece brettia

                    STRABONE: GEOGRAFIA VI , I, 9

Pascola nella grande Sila una bella giovenca.

                  VIRGILIO.GEORGICHE , III. 219

 

Come quando nella vasta Sila o sul Taburno due tori a fronte bassa cozzano in furiose battaglie.

                   VIRGILIO:ENEIDE XII,715

 

In quel punto,una radura cinta da una fitta selva,di alti alberi di abete,offre al centro floridi pascoli,dove ogni specie di bestiame si nutre senza alcun pastore.

                    PLINIO:STORI NATURALE , III,74

 

Non c’è sulla pelle lo splendore che un tempo ti dava la benda brucia di calda pece.

                 GIOVENALE:SATIRE,9

 

Cassiodoro scrive ad Anastasio che,mentre pranzava alla mensa del re Teodorico il discorso cadde sui vini dei Bruzi e sulla soavità del formaggio silano.      

                CASSIODORO

 

Poiché nelle chiese dei beati Pietro e Paolo sono necessarie delle travi,assolutamente abbiamo  imposto al suddiacono Sabino che debba  dalle regioni dei Bruzi tagliarne molte e portarle in un luogo dal quale possano trasportarsi per mare.

                S.GREGORIO MAGNO

 

Al tempo della repubblica di Roma, la Sila era possedimento dei Bruzi, che l’avevano tolta ai colonizzatori venuti dalla Grecia, e vi esercitavano una sovranità di sfruttamento dei boschi senza mai inoltrarsi nel loro interno. Cicerone, parlando degli oratori antichi, conferma che la Sila era di proprietà del popolo Bruzio e che questo popolo, dopo che i romani occuparono tutte le regioni italiche, pagava alla repubblica il "vettigale" della pace, anche se, spesso in occasione della riscossione del tributo, avvenivano liti e stragi tra gli esattori della gabella e gli abitanti delle giogaie silane. Tutti gli altri storici che ci hanno lasciato testimonianze sulla Sila, hanno messo in evidenza la magnificenza e l’impenetrabilità dei suoi boschi, l’opulenza dei suoi pascoli, il carattere fiero dei suoi abitanti. Comunque, i Bruzi tentarono di liberarsi dal giogo romano e si allearono con Pirro e poi con Annibale e alla fine della seconda guerra punica la vittoria dei romani rese la Sila "agro pubblico" da cui estrarre legname pregiato (abeti, pini, querce, faggi da cui si ricavavano travi lunghe più di 30 metri) e pece per la costruzione delle potenti navi romane. Alla sua sconfitta, metà del territorio della Sila passò sotto la gestione diretta dei romani. Furono gli stessi romani a costruire la via Popilia (ancora esistente se pur asfaltata) che giungeva fino a Cosenza. Ma neppure quest’opera riuscì a far popolare l’interno dell’altopiano silano che continuò a custodire i suoi silenzi, il suo fascino velato di mistero.

Sotto l'Impero Romano la Sila venne salvaguardata e diventò, insieme alla Lucania, "Terza Regio". Anche se Roma traeva ogni anno da quella che era la più vasta foresta italiana rendite ricchissime, l'opulenza dei Bruzi non ne soffriva, perchè le ricchezze della Sila erano davvero rilevanti.Con la caduta dell'Impero Romano d'occidente e l'avvento dei longobardi i Bruzi conobbero la pressione dei tributi perchè dovevano corrispondere loro la terza parte delle risorse.Dopo i Longobardi vennero i Normanni che cominciarono ad elargire doni territoriali secondo un criterio di tipo feudale. Ad esserne avvantaggiato fu soprattutto l'ordine dei Cistercensi (fondato nel 1098 a Digione secondo la regola benedettina) di cui uno dei primi monasteri fu quello di Gioacchino (ed intorno ad esso sorse il maggiore dei centri silani: San Giovanni in Fiore). A partire dai Normanni quindi, le terre silane si ritrovarono suddivise tra grandi latifondi (terre cistercensi e grandi proprietà occupate illegittimamente le "difese") e terreni occupati da braccianti e pastori spinti dall'indigenza a strappare il bosco appezzamenti coltivabili (incendiavano gli alberi dopo averne estratto resina e trementina, ma dopo un paio di anni dovevano abbandonare il luogo perchè le coltivazioni sulle pendici dei monti sono sempre precarie). Ai Normanni succedettero gli Svevi (lo splendido castello che troneggia sulla città di Cosenza fu residenza del grande Federico II) e poi gli Angioini che istituirono persino una tassa su ogni aratro posseduto. 

Grazie a Roberto D'Angiò la Sila fu suddivisa in tre demani per evitare contese: le terre regie, quelle feudali e quelle pubbliche.Si potè usufruire con tranquillità delle ricchezze del territorio fino all'epoca di Filippo II successore di Carlo V (XVI secolo).Gli Spagnoli infatti impedirono per qualsiasi motivo il taglio degli alberi e minacciarono di vendere terreni ai grandi signori forestieri. Questo fu evitato perchè le popolazioni che ne sarebbero state irrimediabilmente danneggiate insorsero con successo.Dopo gli Spagnoli la Sila si trovò dapprima patrimonio Austriaco e poi Borbonico.La rivoluzione francese portò fin quì alcuni suoi influssi benefici e in particolare la distruzione della feudalità: la Sila feudale divenne proprietà dello stato e furono affidati terreni a chiunque ne avesse avuto bisogno per agricoltura, pascolo o industria.Nel 1860 anche la Sila divenne ovviamente parte del regno d'Italia e agli abitanti fu concesso di esercitare gratuitamente l'uso del territorio.

La Sila Regia rimase tale solo a livello teorico: quasi completamente disabitata, priva di efficienti vie di comunicazioni, fu interessata da aspre contese sulla proprietà di terreni e sui diritti di uso civico.
Queste contese hanno avuto inizio a causa delle "usurpazioni" portate avanti da privati ai danni di terreni del demanio o che erano finalizzati a usi civici, ed a beneficio delle popolazioni di Cosenza e Casali.
Le zone usurpate venivano disboscate e messe a coltura in modo da formare delle vere e proprie "difese".
Questo gravissimo fenomeno, che durò fino all'800, creò delle gravissime tensioni sociali in quanto le popolazioni interessate si vedevano private perfino dei loro secolari diritti di pascolo.
Tensioni sociali che sfociarono in delle vere e proprie distruzioni delle foreste silane, da parte di contadini, pastori e grandi proprietari terrieri: iniziarono grossi disboscamenti per creare nuove terre da coltivare e si appiccarono numerosi incendi per creare nuovi pascoli.
La distruzione delle foreste e le conseguenti erosioni delle pendici, avevano prodotto, a valle dell'altopiano, un allargamento e un sollevamento degli avei dei fiumi, riempiti da detriti prodotti dalle frane. Nonostante ciò, i disboscamenti continuarono fino al secondo dopoguerra. Inizialmente furono società forestali provenienti da fuori regione a tagliare le rimanerti Selve della Sila, realizzando addirittura caseggiati per la raccolta di legname, ferrovie e funivie per il loro trasporto a valle.
La Sila, quindi, stava subendo un grosso fenomeno di colonizzazione, ancora di più favorito dalla costruzione della linea ferroviaria, che da Cosenza avrebbe dovuto raggiungere Crotone.
Nel secondo dopoguerra il colpo di grazia alle foreste silane fu dato dagli alleati anglo-americani, i quali dovettero prelevare un ingente quantitativo di legname per riparare i danni di guerra.
Nel 1950 lo Stato decide di porre fine alla questione silana, emanando una legge apposita e costituendo l'Opera per la Valorizzazione della Sila: i latifondi della Sila e del Crotonese furono espropriati, i terreni divisi in lotti e aggregati in piccoli villaggi sparsi in tutto l'altopiano.
Nei decenni successivi, si ricostruì il demanio forestale e iniziò una vasta opera di rimboschimento.

F.M.

FOTO SILA

 

Il 31 dicembre 1916,con decreto governativo,fu concessa alla “ Società per  le Forze Idrauliche della Sila la facoltà di costruire tre serbatoi di trattenuta nella alte valli dei fiumi silani:Neto,Arvo e Ampollino ". Il primo lago ad essere invasato fu l’Ampollino  nel 1926,seguito dall’Arvo nel 1931.Il lago Cecita fu invaso per la prima volta nel 1951.

LAGO AMPOLLINO

LAGO ARVO

LAGO CECITA