Strina parentese

 

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A STRINA PARENTISE

Senz’esser chiamati simu venuti,ohi simu venuti
cari Signori siti,cari Signori siti li bontrovati.E sentila cumu va.
Li bontrovati siti cari Signori,cari Signori,
cumu le bone feste,cumu le bone feste de Natale.E sentila cumu va.

                            A strina nostra porta allegria,ohi allegria,
                            nun be venissi mai,nun be venissi mai na malatia.E sentila cumu va.
                            Cantami a strina ca unnè brigogna,unnè brigogna,
                            a strina l’ha lasciata,a strina l’ha lasciata la Madonna.E sentila cumu va.

Tutte le feste passanu cantannnu,passanu cantannu,
a Pasqua e lu Natale,a Pasqua e lu Natale e capudannu.E sentila cumu va.
Simu venuti de tantu luntanu tantu luntanu,
fanne la strina chi,fanne la strina chi nafattu annu.E sentila cumu va.

                        Simu venuti all’uottu de Natale,ohi de Natale,
                        fanne la strina chi,fanne la strina chi ne soli fare.E sentila cumu va.
                        Simu venuti all’uotto de capodanno ohi de capudannu,
                        fanne la strina chi,fanne la strina chi na fattu annu.E sentila cumu va.

Mienzu sa casa cedi a colonna,ohi na colonna,
te guardi Gesù Cristu,te guardi Gesù Cristu e la Madonna.E sentila cumu va.
Sta casicella ha quattro spuntuni,quattro spuntuni,
quattrucent’anni campa,quattrucent’anni campa lu patrune.E sentila cumu va.

                        Nun su spuntuni ca su spuntunere,ohi spuntunere,
                        quattrucent’anni campa,quattrucent’anni campa la mugliere.E sentila cumu va.
                        Dintra sa casa c’è canta nu gallu,canta nu gallu,
                        allu patrune u via,allu patrune u via nu marasciallu.E sentila cumu va.

Dintra sa casa penna na catina,ohi na catina,
alla Signora a via, alla Signora a via na regina,E sentila cumu va.
Dintra sa casa c’è nata na rosa,nata na rosa,
un passa tiempu e c’è,un passa tiempu e ci sarà na sposa.E sentila cumu va.

                        Dintra sa casa c’è su le viole,ohi le viole,
                        chi Dio ve guardi ste,chi Dio ve guardi ste belle figliole.E sentila cumu va.
                        Dintra ssi iuri c’è su pure i gigli,ohi pure i gigli,
                        chi Dio ve guardi pure,chi Dio ve guardi pure i vostri figli.E sentila cumu va.

Du piccirillu n’eramu scordati,n’eramu scordati,
patrune chi lu via,patrune chi lu via de centu stati.E sentila cumu va.
Potissi fare tantu de lu granu,ohi de lu granu,
quantu ne sbarca Cutru,quantu ne sbarca Cutru e Curigliano.E sentila cumu va.

                        Potissi fare tantu de lu vinu,ohi de lu vinu,
                        Quat’acqua curra sa ,quant’acqua curra Savutappeninu.E sentila cumu va.
                        Potissi fare tanti boni anni ohi boni anni,
                        quantu allu munnu se,quantu allu munnu se spannanu panni.E sentila cumu va.

Potissi fare tante bone feste,oi bone feste,
quantu allu munnu c’è,quantu allu munnu c’è porte e finestre. E sentila cum va.
Potissi fare tantu uogliu e mustu,oi uogliu e mustu,quantu scurra Savutu,
quantu scurra Savutu u mise e Agustu.E sentila cumu va.

                        Ohi ca na fattu a nive allu Caritu,oi allu Caritu,
                        chi Dio ve guardi stu,chi Dio ve guardi stu bellu maritu. E sentila va.
                        Fanne la strina ca ne soli fare,oi ne soli fare,
                        chilla de Capudannu,chilla de Capodanno e de Natale. E sentila cumu va.

Fa priestu e nun tardati assai,tardati assai,
ca de lu friddu ne,ca de lu friddu ne caddero due.E sentila cumu va.
Amu pregatu tina,oi alla matina, si prima nun mangiamu,
si prima nun mangiamu e nun vivimi.E sentila cumu va.

                        Un ve spagnati ca nun simu assa,oi simu assai,
                        ca simu trentatré,ca simu trentatré e lu cantatore.E sentila cumu va.
                        Forza cumpagnu mio sapicce dire,oi sapicce dire
                        Chissa è na casa chi,chissa è na casa chi nun po’ fallire.E sentila cumu va.

Forza cumpagnu mio sapicce fare oi sapicce fare,
chissa è na casa chi,chissa è na casa chi nun po’ mancare.E sentila cumu va.
Forza cumpagnu mio sbrughè ssa vuce,sbrughe ssa vuce,
cai vistu già lu lustru,cai vistu già lu lustru de la luce.E sentila cumu va.

                        Sentu lu strusciu de la cannizzola, la cannizzola,
                        è la patrona chi,è la patrona cu le mustazzola.E sentila cumu va.
                        Sentu lu strusciu de lu tavolinu,lu tavulinu,
                        è la patruna chi,è la patrona chi porta lu vinu.E sentila cumu va.

Fanne la strina e falla di prisuttu oi de prisuttu,
si unna curtiellu du,si unna curtiellu dunannillu tuttu.E sentila cumu va
Canta lu gallu e scuotula la cuda,scotola la cuda,
ve damu a bonasira,ve damu a bonasira a coi signori.E sentila cumu va.

                        Ohi patrune mio tu si de core,tu si de core,
                        apera a porta ppe,apera a porta ppe nu stare fore.E sentila cumu va. .


RICORDANDO ‘ A STRINA…

Quando penso alla ‘strina,mi rivedo bambina tra gli stretti vicoli del mio paese nell’ultimo giorno di dicembre con un sacchetto di lino chiuso da un laccio.
Questo era un giorno per noi ragazzi di grande fermento in quanto molti giorni prima si ci incontrava per organizzare in gruppo gli itinerari da percorrere nel pomeriggio e individuare le famiglie alle quali chiedere strine. Ognuno di noi si sceglieva le persone o le famiglie che si conoscevano: parenti, amici e conoscenti dai quali certamente avremmo ricevuto con generosità il dono richiesto. Mi ricordo che spesso si ricevevano dolciumi, frutta secca, agrumi e solo raramente dei doni in denaro. A fine serata stremati, ma contenti si faceva la conta di quello che si era ricevuto e si confrontavano i doni, si gustavano i dolci seduti sugli scalini delle nostre case o in un angolino protetti da sguardi indiscreti di adulti o di ragazzi più grandi di noi. Questi, però attratti dalla varietà dei nostri abbondanti e stracolmi sacchetti con un che’ di arroganza e di superiorità dovuta all’età e forse al loro ruolo di ragazzi vissuti ci chiedevano l’assaggio dei migliori dolciumi e da quali famiglie essi erano stati sfornati; anche se i sacchetti erano stati un po’ svuotati si faceva ritorno nelle proprie famiglie. I genitori davano uno sguardo a ciò che si era ricevuto in dono, ci rivolgevano qualche domanda e selezionavano i doni, mentre i fratellini più piccoli allungavano le mani per accaparrarsi i dolci e i frutti più grandi e più belli di quelli rimasti. La consegna alle nostre mamme ci rendeva orgogliosi, soprattutto se queste si lasciavano sfuggire apprezzamenti su quello che si era ricevuto in dono. A cummari stanno ta trattatu davvero bene. Armenu a ringraziata? O come: donna Rusina, cumu u solitu ha fattu i turdilli, fammine provare unu ! Anche i papà si sentivano orgogliosi di quello che avevamo ricevuto in dono e nelle loro parole s’intravedeva l’orgoglio, il rispetto e la soddisfazione. Si perché la qualità dei doni ricevuti era il più delle volte adeguata al grado di parentela, al tipo di amicizia e di conoscenza. E così che si concludeva la serata dell’ultimo dell’anno fra noi ragazzi.
La sera però sul tardi erano gruppi di giovani che andavano cantando a chiedere ‘ a strina’ davanti alle case dei Signori. Il canto augurale per la ricorrenza veniva,e viene rivolto ancora oggi, principalmente alla padrona di casa che è più facile a commuoversi e muoversi. Con questo canto si augura ogni sorte di bene per l’anno che inizia a tutti i componenti della famiglia. Il Canto si snocciola esaltando le qualità e i pregi di ogni singolo familiare per poi augurare a ciascuno una buona carriera, ricchezza, tranquillità e serenità familiare.
I ‘cantautori’ nel corso della canzone chiedono man mano la ‘strina’ a modo di ricompensa per quello che stanno augurando, e per come sono soliti riceverla da loro nelle festività di Santo Natale e di Capodanno. La chiedono di vino, sopressata, prosciutto, capicollo, turdilli verso la fine poi invitano i proprietari della casa ad aprire la porta ed accoglierli e ad offrire loro quello che chiedono senza fare i furbi perché altrimenti loro rimarranno davanti al portone della loro casa fino a quando al mattino il gallo non canta e non scuote la coda. Si invoca alla fine il padrone di casa perché provveda al più presto, visto che lui è di cuore grande e generoso, ad aprire la porta ed a farli entrare perché si possano riscaldare e rifocillare dal momento che loro la ‘strina’,gliel’ hanno fatta con il canto. Una volta la strenna si cantava per tutto il periodo di gennaio fino all’arrivo del carnevale. La strenna era intesa anche come il classico ‘piatto di dolci ’, che veniva offerto a quelle famiglie che erano state colpite da un lutto. Questa è una tradizione popolare che si conserva ancora oggi. Infatti i vicini di casa si preoccupano di non fare mancare alla famiglia in lutto che non poteva friggere i dolci augurali delle feste. Invece quelle famiglie che durante l’anno erano state colpite da una disgrazia e ne erano uscite indenni preparavano i dolci augurali in segno propiziatore, per scongiurare l’arrivo di altre disgrazie.
La parola ‘ strina’ secondo le definizioni riportate sui dizionari della Calabria di Gerhar Rollfs e di Luigi Accattatis strenna è il dono di Capodanno che i ‘strinari ‘ i popolari nostrani chiedono cantando alle famiglie nell’ultimo giorno di dicembre. E’ una parola di origine antichissima, forse Sabina, significa salute e quindi buon augurio. E ‘strinae ‘ erano regali che si solevano offrire, regalarsi a dicembre gli antichi romani. Il primo a raccontare di questo fu il poeta latino Plauto e poi lo storico Svetonio nella sua opera ‘ i dodici Cesari’. Oggi le strenne si offrono e ricevono per tutto il periodo delle festività Natalizie.

LUCIA TOSTI

'A strina nella versione cosentina

testo e note

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'A STRINA 'A STRINA
Senzíessere chiamati simu venuti,
ohi simu venuti,
a ri patruni ëi via li bon truvati.

ëmmienzu sa casa díoru ëna pernice,
ohi ëna  pernice,
a ra signora ëa via níimperatrice.

su palazzieddru ha quattru spuntuni,
ha quttru spuntuni,
a ru patruni ëuvia ënu gran baruni.

di picciriddri ni simu scurdati,
ni simu scurdati,
ëi via patruni di tuttu lu Statu.

chi Diu vi manni tanti buoni anni,
tanti buoni anni,
quantu a ru munnu si spannanu panni.

sientu ënu strusciu a ru tavulutu,
a ru tavulutu, 
è ru patrune ccu ëna supersata.

sientu ënu strusciu a ru tavulinu,
a ru tavulinu,
a ru tavulinu,è ëra signora ccuí ënu fiascu ëe vinu.

nui vi cantamu ëa strina è Capudannu,
ohi è Capudannu
e víaguramu cientu buoni anni.

nun vi spagnati ca nun simu assai,
ca nun simu assai,
ca simu trentatrie e ru cantature.

fanni na strina e falla di prisuttu,
falla di prisuttu,
si ëunníhai curtieddru dunanilu tuttu.

canta ru gaddru e scuotula ëre pinne,
scuotula ëre pinne,
vi damu ëa bona notte e jamuninne.

ma nui restamu finu a ra matina,
finu a ra matina,
si prima nuímangiamu e nun vivimu. 

 Senz'essere  chiamati  siamo  venuti,
 oggi siamo  venuti,
 i  padroni sono  i ben trovati.

 in mezzo a questa casa  d' oro una pernice,
 oggi  una pernice,
 la signora sia un'imperatrice.

 questo  piccolo palazzo ha quattro spigoli,
 ha quattro spigoli,
il padrone sia un grande barone.

 dei piccoli ci siamo dimenticati,
 ci siamo dimenticati ,
 siano i padroni di tutto lo stato.

che Dio vi mandi tanti anni buoni ,
tanti anni buoni,
tanti quanti sono i panni che si stendono nel mondo.

 sento un rumore al tavolo, 
 al tavolo ,
 è il padrone  con una soppressata.

 sento un rumore al tavolino ,
al tavolino, 
al tavolino é la signora  con un fiasco di vino .

noi vi cantiamo 'a strina a capodanno,
 oggi é capodanno,
e vi auguriamo  cento buoni anni .

non vi preoccupate che non siamo in molti ,
non siamo in molti ,
siamo trentatre piu' il solista .

facci una strina e falla di prosciutto,
falla di prosciuttto,
se ci dai un coltello ci fai contenti tutti.

canta il gallo e scuote  le penne,
scuote le penne,
vi diamo la buona notte e andiamo via .

ma noi restiamo fino a mattino ,
fino a mattina ,
se prima non mangiamo e non beviamo.