TRADIZIONI E FOLCLORE

La civiltà parentese era eminentemente,se non esclusivamente contadina,nella quale c'era una rigida,religiosa osservanza degli usi e costumi della condizione contadina,chiusa a qualsiasi innovazione proveniente dagli altri ceti. Era prassi che la figlia di un contadino dovesse sposare un contadino in quanto solo così il potenziale familiare si arricchiva di nuove braccia lavorative e di beni:era molto raro che avvenisse un matrimonio tra un artigiano o peggio tra un borghese e una contadina. La logica imperante era appunto che l'attività contadina era la sola che consentiva la sopravvivenza,proprio perché ostile ed impenetrabile,all'avanzare delle cose nuove nei diversi campi delle conoscenze. In questa vecchia cultura contadina tipica non solo dell'abitato di Parenti ma anche degli altri paesi del comprensorio del Savuto,il matrimonio conservava un rito tradizionale che iniziava dalla ' ncippata '. Era un gesto simbolico ma molto importante:il pretendente preparava un ceppo adorno di nastri colorati e lo sistemava di notte davanti alla porta dell'amata. Se al mattino successivo il ceppo non c'era più voleva dire che la madre dell'amata lo aveva portato dentro casa e ciò significava che il matrimonio  era ben accetto e dunque la ragazza era stata 'ncippata'. Da questo momento alla celebrazione delle nozze,intercorreva un periodo abbastanza lungo di solito qualche anno. Il rito nuziale era preceduto da un altro rito che prendeva il nome di 'conzare u liettu '. Significava trasportare il corredo su un carro dalla casa della sposa a quella dello sposo,prima che si compisse il matrimonio  vero e proprio ( pigliare i panni). Il corteo attraversava le strade del paese sotto gli sguardi curiosi di tutta la popolazione che dai balconi,dai pianerottoli o per strada osservava tutto per apprezzare la bontà del corredo.

La sposa doveva portare in dote: quadare,cassarole,frissure di varie dimensioni,sculapasta, u sitacciu,a cucchiara, e lignu,a grattacasa,u sazieri de lignu,cinque cucchiari e cinque brocche de lannia,nu curtiellu scannapuorcu,tri  bicchieri pe lu vinu,due piatti granni e crita,due vuommule e na ciarra p'e l'acqua,u crivu du granu,u crivu da farina, a cannizza per lu pane,tribiti,casce e culonnette,a mailla du pane,ciste,cuverte , linzuole,tuvaglie,materazzi, cammise e cazietti,maccaturi e mutannuni ecc.

Tutto era deposto sul letto nuziale e la serata si concludeva con canti e balli,tra dolci vari preparati per l'occasione.Il rito matrimoniale avveniva a piedi con due cortei,quello della sposa e quello dello sposo che muovevano  dalle rispettive case fino alla chiesa,sulla cui soglia,lo sposo doveva attendere la sposa. Al termine della cerimonia religiosa,il corteo si faceva unico e si diramava per le strade del paese,sotto piogge di confetti o riso o chicchi di grano. A casa dello sposo la madre accoglieva la nuora sulla soglia con rituali che variavano da paese in paese,ma che simboleggiavano i doveri che s'imponevano alla sposa nella nuova famiglia.

La sposa,nell'entrare in casa,doveva stare attenta a varcare la soglia in quanto era considerato cattivo auspicio inciamparvi:per evitare  ciò la sposa era leggermente sollevata dai parenti. Il ruolo della  moglie nella civiltà contadina della Valle del Savuto era subordinato totalmente a quella del marito: essa era considerata una sorta di schiava. In molte circostanze ciò era evidente:alla fine della giornata di lavori nei campi,dove la moglie affiancava spesso il marito,il ritorno a casa vedeva sempre quest'ultimo cavalcare il mulo e la moglie seguirlo a piedi o attaccata alla coda del quadrupede.

TRADIZIONI NATALIZIE

Il periodo natalizio è caratterizzato da una serie di  manifestazioni tradizionali che nonostante i tempi non perdono il loro fascino. Una di queste è la  'focara' ,un grande falò che la notte dell'Immacolata,del Natale e di S.Silvestro si accende in piazza e  intorno al quale ci si raccoglie e ci si ritrova in un'atmosfera di amicizia e di calore. Una delle spiegazioni dell'usanza della ' focara' potrebbe risalire al fatto che l'arrivo dell'inverno per le popolazioni montane ha rappresentato  da sempre un periodo difficile per la sopravvivenza in quanto il freddo,la penuria degli alimenti,le malattie erano in questo periodo dell'anno degli ostacoli non indifferenti. Pertanto si presume che da qui nascesse l'esigenza di esorcizzare l'inverno con dei riti propiziatori  tra i quali può essere annoverata anche la 'focara'

Fino a qualche tempo fa era uso che ciascuna famiglia donasse un ceppo per allestire la focara che perciò aveva valenza propiziatoria. Accanto alla focara,si gusta un tradizionale dolce natalizio ' a pitta mpogliata '  che è preparata indistintamente in ogni famiglia parentese da moltissimi anni,,le cui tracce risalgono al 1725. Non c'è famiglia infatti che a Natale,anche se fuori del paese,non prepari in casa questo dolce,che rappresenta il dolce principe in un miscuglio di altri dolci,i cosiddetti fritti,rappresentati dai turdilli,scalille,grispelle,chinulille.

Per preparare la  ' pitta mpogliata ci sono diversi modi e segreti che ciascuna famiglia tramanda ai propri figli:passiamo qui di seguito a illustrarne uno dei tanti. Ingredienti usati:Vermut,olio,zucchero,farina,uva passa,noci, miele,aromi naturali e .. altri ingredienti misti a segreti variabili da famiglia  a famiglia. Far bollire per qualche minuto insieme  1 litro di vermut,1 litro di olio e 1 kg di zucchero. Impastare il composto così ottenuto con la farina. Stendere la pasta fino ad ottenere una lamina sottile,che si taglia in fasce.  Su ciascuna striscia si posa un miscuglio di uva passa(fatta ammorbidire in acqua alcune ore prima) e gherigli di noci tritati e mescolati in precedenza con olio e zucchero. Si avvolgono poi le strisce di pasta attorno al miscuglio,si arrotolano su se stesse e si sistemano sul fondo  di una teglia foderata con un disco della stessa pasta. Poi  s'inforna e si lascia cuocere il tempo necessario.

Un altro momento di folckore tipico parentese è rappresentato dalla  'strina', che sono gli auguri  di buon anno tradotti in versi e in musica. Infatti,dalla notte di Capodanno fino all'Epifania,ogni sera gruppi di compagnoni,vanno in giro per le contrade e per le vie del paese,fermandosi davanti  alle abitazioni degli amici o dei conoscenti per augurare in versi dialettali locali, buona salute,felicità e ricchezze per tutti gli elementi della famiglia.

Tra le tradizioni che ancora restano possiamo annoverare pure quella dell'uccisione del maiale. In questo caso però,forse è più giusto parlare non tanto solo di tradizione ma più verosimilmente di vero e proprio bisogno. L'allevamento del maiale si faceva per sopperire alla provvista della carne per il periodo autunno-invernale perciò rappresentava una delle più importanti riserve alimentari perchè le carni  grazie a tecniche antiche consolidate si conservavano a lungo. Infatti ,per tantissimo tempo, il maiale( che pure era allevato con sacrifici), è stata una delle poche fonti di sostentamento per interi nuclei familiari,perciò tutte la parti del maiale ucciso erano adoperate e conservate nei modi più svariati per essere poi consumate per alimentare la famiglia durante tutto l'arco dell'anno. Ciò si evince anche dalla cosiddetta Statistica Murattiana che costituì un modello per tutte le inchieste pubbliche e private e che fornisce una documentazione puntuale e meticolosa sugli alimenti consumati dal basso popolo rispetto alla classe egemone.

La classe dei contadini si ciba rare volte  di carne nelle sole domeniche e di frequente nel tempo di carnevale. La carne porcina è la sola che si sala in ciascheduno circondario. Generalmente è riposta col sale in vasi di creta,o vasche di legname,ed indi si estrae per lasciarsi asciugare in luoghi ventilati. Il maiale e la sua carne erano importantissimi in tutta la Calabria Citeriore. E inoltre non si può non terminare quest'articolo senza accennare la preferenza delle carni porcine salate,che si lavorano in entrambe le Calabrie.

Il sale o il pepe formano generalmente presso  il popolo,i preparativi alla corruzione di quest'intingolo ricercato. Le persone facoltose vi appongono degli altri aromi ma per rendere i loro salumi inferiori ai popolani. Questo altro non è se non un omaggio alla cosiddetta cucina povera !

L'uccisione del maiale rappresentava in ogni modo una festa per grandi e piccini e la sera era occasione per riunirsi e fare un pò di baldoria,con balli e canti davanti ad un bicchiere  di vino e al fuoco scoppiettante del caminetto. Si compiva in realtà un vero  rito,la macellazione e la lavorazione delle carni durava anche due o tre giorni. Era inoltre buon augurio la presenza del capofamiglia che per l'occasione di fare u puorcu,si riuniva con i congiunti e gli amici. Il primo giorno si eseguivano le fasi di raschiatura e pulitura dell'animale; seguiva poi il sezionamento. Già il sangue del maiale era accolto dalle donne per fare  ' u sanguinacciu ' cioè era messo a bollire con molti altri ingredienti( tra cui uva passa,pinoli,vino cotto,noci,bucce d'agrumi,) fino a quando non diventava di consistenza cremosa. La raschiatura si faceva con coltelli affilatissimi dopo che sul corpo dell'animale morto erano versati molti litri d'acqua bollente per ammorbidire il pelo. L'animale pulito,era poi issato in aria con un attrezzo di legno il cosiddetto sgammelliettu che era inserito in apposite incisioni fatte sulle zampe posteriori. La macellazione invece era fatta solo da esperti che sezionavano il corpo dell'animale in quattro parti.  S'iniziava di solito dalla testa  da cui era ricavato un salume detto ' u vujhularu,salame che è stagionato a lungo dopo essere stato conciato con sale e molta polvere di peperoncino rosso. Si passava a squartare il maiale iniziando dal ventre,si selezionavano le interiora e si divideva poi il corpo nelle 'menzine cioè in due sezioni longitudinali.

Le menzine.sganciate dallo sgammelliettu erano poi sezionate da mani esperte e con l'aiuto di una vasta serie di coltelli molto affilati: si ricavano ' u capeccuollu ',le spalle,le cosce,le costolette,ecc. Ogni pezzo di carne,aveva la sua precisa destinazione:la selezione era accuratissima e la carne era disossata e destinata a salsiccia o soppressate. La lombata era ridotta in bistecche che era il pezzo più pregiato. Tutte le ossa con le cotiche erano utilizzati per fare  le 'frittule ':erano bollite in una grande   quadara assieme a pezzetti di lardo. In realtà le frittule erano occasione di un secondo banchetto che si teneva il giorno dopo la macellazione dei maiali. La carne selezionata per le salsicce e le soppressate si metteva a raffreddare tutta la notte prima di essere macinata ed insaccata.

Lo sminuzzamento si faceva a mano con l'aiuto  di coltelli affilatissimi. Si diceva a punta di coltello e la carne si depositava in una madia dove era impastata a lungo con sale peperoncino rosso per le salsicce e pepe nero in grani per le soppressate. Il primo giorno si concludeva  con un banchetto a base di pasta e ragù ( fatto con le costolette e l'osso del petto ) e soprattutto con il fegato a pezzetti avvolto nel riccio,fritto e aromatizzato,sottaceti e vino. Il mattino del secondo giorno iniziava la fase di riempimento degli insaccati. Le interiora per le salsicce,selezionate accuratamente il giorno prima, erano riempite con l'aiuto di piccoli imbuti di legno,legate in stuocchi e i salami adagiati in cesti per farli scolare. Le soppressate invece seguivano un diverso procedimento:dopo essere state riempite,erano soppressate,cioè messe sotto pressatura di grosse pietre,per potersi conservare più a lungo,dentro ceste di vimini appositamente intrecciate. Qui la pregiatissima soppressata è solo quella fatta con il filetto di maiale e conciata esclusivamente con sale e pepe. Nella Grecia antica,infatti,il filetto era il pezzo di carne che era offerto agli eroi,a coloro che avevano compiuto azioni particolarmente coraggiose. E' forse per quest'antica valenza,che tale manufatto dell'artigianato alimentare calabrese,è oggetto di cure e considerazioni che non si riservano ad altri prodotti simili. Successivamente i salami erano appesi su lunghe pertiche messi a stagionare e tale operazione s'integrava con l'affumicatura. Dopo circa due mesi,i salami si conservavano o nella cenere di legna di bosco o affogati nello strutto bollito in appositi recipienti di terracotta smaltata,detti  salaturi. Nel momento del consumo,la soppressata merita il piatto e il vino migliore della casa.

Le zampe,la coda,la lingua e quanto rimaneva della testa del maiale erano bollite in acqua salata dopo essere state disossate,cosparse di aceto per costituire  ' u suzzu 'o gelatina che aromatizzata con odori  diversi,era conservata nei salaturi piccoli,coperta da uno strato di strutto. Parte delle viscere e delle carni si mandavano per regalo ai congiunti e agli amici:l'assaggio doveva contenere le parti più importanti del corpo del maiale e fra queste era indispensabile il fegato. Quest'ultimo,per i Romani,era la parte che richiamava maggiormente l'attenzione degli dei aruspici,quando facevano il sacrificio del porco in onore dei Lari,che erano gli  dei protettori della famiglia. Forse da ciò la festa domestica in uso presso i calabresi. Per Platone il fegato è come uno specchio che dopo avere servito da riflettore del pensiero divino durante la vita,dopo la morte conserva le tracce delle immagini contemplate dell'anima. Il tradizionale sacrificio o uccisione dei porci nelle famiglie parentesi,e in gran parte di quelle calabresi,comincia subito dopo Natale e dura fino a Carnevale.