
CAPITANO
MEDAGLIA
D’ARGENTO
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NATO A PARENTI IL 3 DICEMBRE 1885
MORTO AD AVIO IL 23 SETTEMBRE 1916
Il Capitano Filippo Valdimiro dimostrò come l’uomo
possa fare da sé,e da sé conquistare la propria fortuna e la gloria. Poiché
il Valdimiro rimase orfano in tenerissima età,prima dell’uno poi dell’altro
genitore,sentendo fino da allora la mancanza dei più validi,dei più sicuri
appoggi concessi dalla natura al fanciullo in formazione.
Non gli mancò la tutela di uno zio,che ne sorresse
per un po’ di tempo la fanciullezza;ma ben presto anche questa guida gli venne
meno,ben presto egli dovette da solo dirigere la propria vita. E lo
fece,ispirandosi sempre a un principio esclusivo di dovere.
Crescere,fare,bastare a sé,operare il bene della patria.Il programma più bello
dell’esistenza umana. Ed entrò alla scuola di Modena. E nelle camerate,e
nella scuola fu già il primo giorno esempio agli altri,e poi a sé stesso per
non smentirsi mai. Per tutto il tempo che vi rimase seppe conservare sempre il
primo posto,guadagnandosi l’ammirazione dei superiori,l’amore dei compagni.
Fu nominato Sottotenente il 4 settembre 1908.Naturalmente,la consapevolezza del
proprio valore e della propria responsabilità gli diede anche la sensazione
della sicurezza,e quindi lo sprezzo non temerario,ma coraggioso del pericolo.
E,per quanto fosse ufficiale di cavalleria,non seppe star pago delle rapide
corse,dei cimenti terrestri;ma,appena l’aviazione domandò piloti,egli sentì
il bisogno di montare sull’aeroplano,e d batter le vie del cielo.
Oh ! uno spirito solitario,solitario perché sempre presente con sé
stesso,anche in mezzo alla folla e alla spensieratezza,ha per luogo suo proprio
il cielo..Lo spazio infinito è fatto apposta per anime così fatte,che librate
nell’alto,sentono più viva la gioia di dipendere soltanto dalla propria forza
fisica,dalla propria prontezza intellettuale;occhio e polso,vigilanza e
risolutezza,ecco i suoi mezzi;mezzi che risiedono nell’intimo del cervello,e
nell’intimo del cuore individuale.
Per questo il Valdimiro,Tenente dal 4 settembre
1908,Pilota fin dal 21 agosto 1912,e assegnato prima al Campo di Busto Arsizio,poi
a Tripoli,quindi a Pordenone e alla Malpensa,prendeva parte con gioia contenuta
a numerosi voli,addestrandosi così per la guerra.
Il 28 maggio 1916 egli era già nel cielo delle
Alpi,per operare contro il nemico austriaco. E fece molteplici voli di
esplorazione,compiendo i più numerosi e più importanti
sul fronte Tridentino,ma partecipando anche ad altri voli su altri punti
del territorio nemico:per esempio su Fiume. E i suoi voli furono sempre
fruttuosi. Egli sapeva quel che il dovere gli imponeva di riportare dalle sue
incursioni.
L’ultimo suo volo ebbe luogo la mattina del 17
settembre 1916. Era partito per un bombardamento di una importante località
militare nemica,nel Trentino petroso. Non andava solo;il suo apparecchio partiva
con altri.Ma il destino volle che egli rimanesse ,con il proprio
velivolo,separato dagli altri per una contingenza particolare di
manovra,giungendo isolatamente sull’obiettivo
designatogli. Erano in tre:Lui,il secondo pilota sergente Igino
Bevilacqua,e il mitragliere Emilio Blesso,soldato,e tutti compirono animati da
un medesimo spirito,il loro dovere.Ma mentre attendevano a lanciare bombe,i
nemici li assalirono,con tre apparecchi.Tre contro uno:bella ed eroica prova !
Ma i motori del
velivolo cessarono presto di funzionare; e il Capitano Valdimiro(era Capitano
fin dal 26 giugno) che aveva lasciato il posto al secondo pilota per
attendere al lancio delle bombe,sentì che quello era il momento di riprendere
le leve di comando. L’apparecchio era anch’esso degno di lui:non
aveva ormai anch’esso che le ali.Solo in virtù delle ali doveva
salvarlo.Bisognava scendere a volo librato verso le nostre linee. E il Capitano
gli fece iniziare la discesa,mentre i suoi compagni tenevano testa con le armi
ai nemici.
Se non che,anche la sua possibilità fisica doveva
essere spezzata.Una bordata avversaria colpì in pieno l’apparecchio.Tolta
prima la forza al motore,voleva togliere la forza al pilota. Il Capitano
Valdimiro ebbe il ventre passato da parte a parte da un proiettile. Ma se il
sangue fuggiva,ma se la resistenza delle membra si illanguidiva,l’eroe
chiamava a sé tutta la forza dell’anima,quelle ch’era su,di riserva,quella
che aveva dominato dall’alto tutta la sua vita. Comprimendo il
dolore,incitando sé stesso,egli rimase imperterrito al governo
dell’apparecchio confidatogli,senza nemmeno comunicare ai compagni di essere
stato ferito.
Qui sta l’eroismo. Non c’è bisogno di cercare
altra grandezza in lui. Che importa se a un certo momento a poca distanza dalle
nostre linee cedette le leve di comando al secondo pilota ! Era tempo,in ogni
caso,e bisognava lo facesse;dipendevano da lui altri due uomini bisognava
salvare essi e l’apparecchio alla patria che ha bisogno d’aiuto,essa sì,non
lui. Quando atterrati che furono,lo adagiarono dietro un
muretto per ripararlo dal tiro avversario che continuava feroce,esso
disse: < lasciatemi solo,mettetevi in salvo voi,che siete incolumi >. (
non doveva saper morire da solo,lui
che era stato solo tutta la vita,nel mondo !) Lo portarono all’ospedale di
Avio,dove spirò,a 31 anni,essendo
nato a Parenti(cs) il 1885. E la sua memoria fu onorata di medaglia
d’argento,comprendendosi nella motivazione di tal premio come degne di sì
alta distinzione anche le azioni precedentemente compiute.Ma sicuramente nel
pensiero di tutti,come suprema fu considerata ed è da considerarsi quella per
cui egli si incielò là,sopra Matterello,nel Trentino.
MARIO CHINI
Copia della lettera scritta con macchina da scrivere
da Verona il 23 .09.1916 dal Maggiore “LA PALLA “ alla Signora Pezzana.
3° Gruppo Aeroplani
Gentilissima Sig.ra Pezzana
Veramente
gloriosa e degna del massimo encomio è stata la condotta tenuta dal Capitano
Valdimiro,nella sua incursione sul menico. Già prima di averlo ai miei ordini
come comandante della 5^
Squadriglia,l’ebbi,altra volta,come pilota nella 10^ Squadriglia Caproni;anche
allora,come adesso,ebbi agio di ammirare in lui le più alte doti di soldato e
di cittadino,prima fra tutte,profondo e saldo sentimento del dovere.
Tale sentimento,appunto,unito ad un altissimo amore
di Patri fanno di lui un elemento tanto prezioso ed utile alla santa causa
nostra,che ne ragghiamo il migliore auspicio,la più ferma speranza,ch’egli al
più presto possa riuscire vittorioso dalla sua grave ferita e ritornare di
nuovo tra noi,al suo posto di combattimento.
Il mattino del 17 corr/.Il Capitano
Valdimiro partì per il bombardamento di una
importante località militare nemica.
Per contingenza di manovra,l’apparecchio da lui
pilotato,si trovò staccato dal gruppo di bombardamento e giunse perciò isolato
sull’obiettivo su cui iniziava il lancio degli esplosivi di bordo.
Ma mentre,con calma e precisione veramente
esemplare,eseguiva il bombardamento,il Capitano Valdimiro si vide attaccato da
tre apparecchi nemici,che da brevissima distanza,facevano una prima scarica di
mitragliatrice,investendo in pieno l’apparecchio,colpendo i motori,i
radiatori,i serbatoi di benzina. Avendo perciò i motori cessato di
funzionare,il Capitano Valdimiro,che già aveva ormai ultimato il lancio delle
bombe,prese personalmente il governo dell’apparecchio,mentre il resto
dell’equipaggio con le armi di bordo rispondeva al fuoco nemico. Nessuna
manovra fu più possibile ed il Capitano Valdimiro iniziò il volo planè,cercando
di portare l’apparecchio verso le nostre posizioni. A questo punto una seconda
scarica di mitragliatrice nemica investiva in pieno l’apparecchio ed il
Capitano Valdimiro ebbe il ventre trapassato da parte a parte da un proiettile.
Comprimendo il dolore,questo valoroso Ufficiale restò
imperterrito al governo dell’apparecchio,senza rivelare ai compagni
dell’equipaggio la sua grave ferita, A 500 metri il Capitano,sentendosi ormai
mancare cedette le leve al secondo pilota che manovrando,in modo superiore ad
ogni elogio,riuscì a portare l’apparecchio fin presso le nostre prime linee
ed adagiato senza gravi inconvenienti sul terreno sottostante. Il luogo
dell’atterramento era però esposto a l tiro nemico onde il secondo pilota
aiutato dal mitragliere,con alto sentimento del dovere,incuranti del tiro
nemico.adagiarono il Capitano al riparo dietro un muretto,ed uno di essi corse a
chiedere aiuto;sopraggiunti dopo breve tempo due portaferiti,il Capitano fu
potuto trasportare all’Ospedale di Avio,ove trovasi tuttora.Le condizioni del
ferito sono ancora gravi,ma data la sua robusta costituzione fisica vi è molta
speranza di salvarlo.
A premio di tanto eroismo e perché ancor più
fulgido esempio s possa trarre dalla sua valorosissima condotta il Capitano
Valdimiro ha ottenuto da S.E. il
Comandante il Corpo d’ Armata “ motu proprio” la medaglia d’argento al
valor militare.
(Aggiunto con scrittura a penna)
La presente lettera ha carattere puramente
confidenziale,rivolgo perciò viva preghiera alla S.V. perché nessuna
indiscrezione avvenga in mano della stampa.
Coi sensi della massima stima e con i più distinti
saluti.
Devotissimo
MAGG.
LAPALLA
Per questo materiale avuto ringrazio sentitamente la
Proff.ssa Alessandra Povia Zani,nipote del Capitano Filippo Valdimiro medaglia
d’ Argento al valore militare.
Rev.Don Mario,
Non
trovo le parole per esprimere la mia emozione per le notizie che pian piano-tassello dopo tassello- sto mettendo insieme grazie al
suo aiuto.Mi ha quasi colto di sorpresa e reso felice la disponibilità,l’entusiasmo
che ho trovato in lei: è come se Parenti,questo paese così lontano e
misterioso quale è sempre stato per me mi
aprisse le porte e mi accogliesse.
E’ una sensazione bellissima ! Certo che invece di
fare chiarezza su quelle poche conoscenze che ho- e che credevo
certe- sto piombando in una ridda di interrogativi. A questo punto non
posso più fermarmi:quel nome così sconosciuto Brutus
Valdimirus Altomare è
proprio il nome di mio nonno ? Sembra di sì perché compare
nell’atto di matrimonio con la
nonna Concetta Pessana. Ma chi sono gli Altomare ? E chi ha scelto il nome
Filippo ? E dopo i primi anni,quali scuole ha frequentato e dove? E’ stato
mandato al collegio a Cosenza ?
E’ come è approdato alla Regia Accademia di Modena e poi alla Scuola di
Cavalleria di Pinerolo dove,per essere ammessi,occorreva essere nobile o di
censo elevato ? E quanti,quanti interrogativi ancora.
Guardo il mio nipotino Filippo che è uguale al suo
bisnonno e mi sento orgogliosa. Le invio un po’ di documentazione,una foto con
i cimeli del Nonno,scattata per un articolo che comparirà sulla Rivista della
Cavalleria.
La prego di continuare ad interessarsi,specie sugli
Altomare e le chiedo una preghiera per la Nonna e la Mamma,per tutto il loro
dolore.
Con riconoscenza
ALESSANDRA
POVIA ZANI
FIRENZE 12.03.2003
Gentilissima Signora,
forse non potrà immaginare l’impressione e l’allegria che ho provato nel ricevere la Sua gentile lettera.Sono molto contento di venire a conoscere,benché sia solo per lettera,la famiglia del caro comandante,tenente Filippo Valdimiro,assieme al quale ho fatto quell’azione sul porto di Trieste la mattina del 1° Agosto 1916.E’ un’emozione grandissima per me,ricordare all’età di 83 anni,tutti quelli che hanno preso parte alla “ beffa “ e in special modo il comandante della squadriglia il suo caro nonno.
Lei mi chiede delle informazioni sul tenente Valdimiro ( io continuo a chiamarlo così ); ma veramente io non posso raccontarLe molte cose,perché siamo stati assieme solo due mesi,poi Egli ricevette il grado di capitano ed andò a comandare la 4° squadriglia a Verona,mentre io rimasi nella 10° squadriglia.Quello chele posso dire è che il Tenente Valdimiro era un uomo molto serio e giusto,con un gran cuore,sempre preoccupato per i suoi soldati.cercando di aiutarli a sopportare le difficoltà della vita militare ed a superare i guai della guerra. Nella 10° squadriglia eravamo più di settanta persone,tra ufficiali e soldati, e tutti volevamo un gran bene al Tenente,e ci dispiacque quando lo trasferirono a Verona.
Cara Signora,Lei deve sentirsi orgogliosa e felice di avere tra i suoi antenati un uomo così buono,così retto e patriota.Le invio una copia della fotografia dove siamo assieme,il Tenente ed io,sull’aereo Caproni con il quale abbiamo compiuto la “ beffa di Trieste “.Io sono grato a chi ha fatto pubblicare il mio racconto,perché penso che si doveva dare il posto che si merita nella storia dell’aviazione italiana al tenente Valdimiro Filippo,eroe e martire per la redenzione della nostra patria.
Sono già molti anni che manco dall’Italia,sin dal 1921,ma se mi decido a fare un viaggio nella cara Patria,avrò molto piacere di salutarLa personalmente.Frattanto mi tengo a Sua disposizione nel caso che possa esserLe di qualche utilità.
Con un omaggio al Patriota mai dimenticato,gradisca i miei cordiali saluti.
AROLDO MORETTO
CORDOBA ,16.10.1978
Moretto Aroldo
Francesco M.Gallardo S/N
5000Arguello-CORDOBA
Repubblica Argentina
CAVALIERE DEL CIELO

Nell’immaginario collettivo occidentale l’archetipo del cavaliere ha sembianze inconfondibili: in sella al suo destriero, armato di tutto punto,muove armi di difesa, di morte e di forza morale:giustizia,bontà,coraggio,tenacia,paladino dell’equità,vendicatore d’ogni sopruso combatte mostri e uomini malvagi.
D’altronde
il mito del cavaliere medioevale e del suo stesso destriero si legava a quello
greco e romano.Dal più noto Petaso cavallo alato del mito greco,a Giove,che in
un canto dell’Iliade,raggiunge l’Olimpo su un carro trainato nel cielo da
veloci destrieri dall’unghia di bronzo e crini dorati.
Eos
, personificazione dell’aurora,trainato da una quadriglia apre le porte del
cielo ad Elio,il sole,che ogni mattino preceduto dall’aurora percorre il cielo
su un carro di fuoco trainato da
veloci cavalli. Quella del cavallo e del cavaliere è ancor oggi una visione
fantastica,alimentata dai racconti cavallereschi e dal revival romantico che di
questi se ne fece nell’Ottocento; e se nel Medioevo l’aura mitica del
cavaliere si fonde con la narrazione storica,in età moderna,poco spazio lascia
l’immaginazione a chi voglia storicamente dipanare il mito della realtà
storica. Chi ha frequentazioni con la cavalleria ne identifica importanti tappe
storiche nell’epopea risorgimentale,nei fasti del primo conflitti mondiale
allorché si presentò la forza dei suoi trenta reggimenti,nonché nella sua
eroica,nostalgica e tenace presenza a cavallo durante tutto il secondo conflitto
mondiale,nonostante l’avvento delle nuove tecnologie belliche.
Le
gloriose cariche di jagodnij,
Jsbuschenskij, Poloij, segnarono,di fatto,la fine di una secolare tradizione
militare a seguito dell’imposizione tecnologica della nuova era. Dal
‘cavallo al cavallo motore ’. A quella ‘ dell’uomo-motore’. Le moderne
tecnologie sostituirono la forza della natura con l’ingegno dell’uomo che
volle,tra molte conquiste tecniche d’inizio secolo,coronare,per quello che
riguardò la cavalleria,anche il sogno di cavalcare le nubi,simbolicamente e
analogicamente con il mito del cavallo volante,delle quadrighe sfreccianti nel cielo.Già dalla fine del secolo prendono il
volo i primi aerostati,nel 1894 si ebbe la prima ascensione libera di un pallone
militare di costruzione italiana. Mezzi questi,ancora troppo limitati per
applicazioni di tipo militare la loro traslazione orizzontale era causale,legata
solo alla forza dei venti e non certo al controllo dell’uomo. Tra il 1909 e il
1910 la tecnologia fa un piccolo passo avanti,nascono i primi dirigibili
militari italiani sotto l’egida dell’Arma del Genio. Il progresso
incalza,dagli Stati Uniti e dalla Francia deriva la tecnologia dei primi
velivoli a motore.Anche la nostra industria aeronautica dà i primi frutti:nel
1909 fu realizzato il triplano Aristide Faccioli , l’anno successivo il primo
biplano Caproni capostipite di una gloriosa serie di velivoli.
Il
1909 segnò un anno importante per la nuova specialità dell’aria,l’aereo fu
riconosciuto quale fondamentale mezzo operativo,nasceva la Scuola Militare di
Aviazione e la costituzione del Battaglione specialisti. Riconosciuta
l’importanza operativa della nuova arma,il Parlamento decise di acquistare
velivoli,stanziare fondi e fornire speciali indennità per il personale del
settore. I tempi sono maturi anche per il primo collaudo del nuovo Corpo,nel
1911 scoppia infatti il conflitto italo-turco per il possesso della
Libia,esperienza di grande importanza nella storia dell’aeronautica e non solo
italiana poiché costituì il primo caso al mondo d’impiego bellico del
cosiddetto” più pesante dell’aria.” A quell’esperienza si devono far
risalire missioni quali:ricognizione strategica,primo bombardamento,volo
notturno,prima concezione dell’aviazione militare.
Nel
1913 l’industria aerea bellica fa passi da gigante,sono costruiti dieci
dirigibili e soprattutto si costituiscono dieci squadriglie con 150 aeroplani.
Nel 1915,alla vigilia del nostro intervento in guerra,l’organizzazione
aeronautica si rende sempre più autonoma
dall’Arma del Genio fino a quando con R.D. del 7 gennaio di quell’anno(
legge nel 1907),si istituisce il Corpo Aeronautico Militare. Nell’agosto del
1914 scoppia la grande guerra e nonostante l’esperienza libica,l’Aeronautica
italiana deve affidarsi più all’abile eroica capacità dei suoi piloti che
non all’intrinseca organizzazione operativa,ma ciò non frenò certo la
presenza dell’Italia sul teatro di guerra. Il 24 maggio del 1915 l’Italia
fornisce il suo contributo dal cielo con 15 squadriglie di aeroplani; il mese
successivo,la prima azione di guerra vera e propria;cinque velivoli del lll
gruppo effettuano con esito favorevole il bombardamento dei cantieri
di Monfalcone.
Le
squadriglie dell’aeronautica rappresentano l’elemento dinamico del conflitto
che,contrariamente,in terra,fu tutt’altro. Nell’era dello sviluppo
industriale e tecnologico,infatti,in anni in cui perfino movimenti culturali ne
esaltavano l’avvento,ne professano il culto dell’energia,del
movimento,dell’azione,si ebbe per certi versi paradossalmente,una guerra “
statica”,di posizione,dove da padrone non la fecero le tattiche di intervento
rapido ma quelle statiche come il trinceramento fatto di fitti reticolati
spinati. In sostanza il cosiddetto
trinomio”trincea,mitragliatrice,reticolato”,ridusse notevolmente l’impiego
di quella specializzazione dell’esercito,cos’ affine per dinamica alle forze
dell’aria,la cavalleria,l’arma veloce per eccellenza. All’inizio del
conflitto la cavalleria agì solo marginalmente,l’impegno circoscritto di
questa spinse qualcuno nei comandi militari sul finire del 1915,a domandarsi
quale poteva essere l’impiego dell’arma a cavallo:la decisione fu
drastica,l’appiedamento . In pratica dal 1916 la cavalleria,che già si era
vista impoverire di molti dei suoi elementi trasferiti in unità mitraglieri
della Fanteria,nell’Aviazione,tra i Bombardieri,o in artiglieria,mutò
l’equipaggiamento e si trovò appiedata. In questa sua nuova veste,dopo un
breve addestramento,è affianco o in sostituzione della Fanteria nelle
trincee,quest’ultimi veri ed indiscussi protagonisti della prima guerra
mondiale. Oltre tredicimila cavalieri e ottocento ufficiali,con i distintivi di
aviatori,bombardieri,mitraglieri,fanti,arditi,si distinsero per il loro valore
in azioni di guerra e ,soprattutto,per essere riusciti a adattarsi rapidamente
ad una guerra a loro non congeniale. Certo,per il temperamento l’Aviazione
sembrò loro essere l’arma più affine ed infatti tra i primi aviatori della
nostra aeronautica dobbiamo annoverare proprio quei cavalieri che dall’arcione
del cavallo passarono alla carlinga dell’aereo.
Essi,tra
i vari reparti del Regio Esercito,si rivelarono i più adatti a svolgere le
nuove mansioni di aviatori;la cavalleria si caratterizzava d’altronde da
sempre,come osservavamo,l’arma dinamica,di movimento ed esplorazione. Nelle
vesti di cavalieri aviatori,o del cielo come si è soliti dire,si ricordano le
gesta di personaggi famosi,dal più noto Francesco Baracca,a Ruffo di Calabria
piuttosto che al poeta vate Gabriele D’annunzio. Alla fama di questi nomi però
dobbiamo di diritto associare quella di molti altri cavalieri cui,in una serie
di articoli,inaugurati dal presente,la nostra Rivista intende ricordare. Tra
questi la bella storia d uno di essi,forse meno nota di quella dei citati,ma
non certo di meno valore,;una storia cui la cronaca e l’affettuoso
desiderio di recuperarne la memoria voluta dalla nipote signora Alessandra Povia
Valdimiro ne attualizzano e tutelano la memoria.
Il Capitano Filippo
Valdimiro,figlio di quelle terre del sud che diedero i natali a tanti validi
soldati,nacque il 2 dicembre del 1885 a Parenti (Cosenza),una cittadina oggi di
appena 2000 abitanti,ricca di storia e tradizioni come i molti splendidi paesi
d’Italia.
Orfano
di entrambi i genitori già in giovane età lascia Calabria per recarsi a
Modena.Iscrittosi all’Accademia ne uscì quale allievo destinato all’Arma di
Cavalleria,tra il 1904-1905 frequentò la Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove
ebbe occasione di conoscere e frequentare Francesco Baracca,ma anche la sua
futura consorte nativa di Scalenghe un paese della provincia torinese. A soli 23
anni,il 4 settembre del 1908,Valdimiro fu nominato sotto tenente del reggimento
‘Cavalleggeri di Vicenza). Fu tra i primi,allorché la cavalleria prese le
sembianze di forza dell’aria,a volare sui Caproni,quegli aerei dell’aspetto
così fragile e caduco come la vita di chi avrebbe deciso di pilotarli.
Nell’agosto del 1912 conseguì a Somma Lombardo (Varese) il brevetto di pilota
civile,nel dicembre quello militare.Due anni dopo,nel 1914 presso il camp di
Busto Arsizio,fu membro della V squadriglia aeromobile comandata dal capitano
Pier Ruggiero Piccio e composta anche da tenente Tacchini. Il 9 aprile del 1914
a 1500 metri di quota portava a compimento in due ore e 45 minuti,il volo Busto
Arsizio,Mirafiori,Busto Arsizio senza scalo per oltre 200 Km. Dopo il campo di
Busto Arsizio s’impegnò sui cieli di Trioli,Pordenone, e Malpensa
esercitandosi ad affrontare quella guerra che ne avrebbe segnato luttuosamente
l’esistenza. Scoppiato il primo conflitto mondiale,nel maggio del 1916,Valdimiro volava già nel cielo delle Alpi per far
fronte agli austriaci. Il 26 giugno del 1916 fu nominato Capitano e gli fu
assegnato il comando della lV squadriglia in Verona,mentre nel settembre del
solito anno compiva il suo ultimo volo quello che gli valse la vita e la
medaglia d’argento a valor militare sul campo. In una lettera scritta da Verona in data 23 settembre 1916,dal maggiore La Palla
comandante del 3° gruppo aeroplani del quale faceva parte la V squadriglia del
Capitano Valdimiro,se ne ricostruisce le vicende. La lettera è indirizzata alla
moglie del Capitano la Signora Concetta Pezzana,il cui dramma di giovane vedova
rimasta sola,con una bimba di sei anni a carico e un futuro fatto di sofferenze
e difficoltà economiche,fu esso stesso un tributo all’Italia.La tragedia della donna,comune alle vedove di
tutte le guerre,in cuor suo non sarà mai ripagata da alcun encomio. Certo,in
una guerra che sarà vinta il prezzo di ingenti vite,il riconoscimento del
supremo sacrificio del marito per la patria,per quel valore oggi desueto,ma che
epurato da ogni malsano nazionalismo,è anche identità storica e culturale di
un popolo,di una nazione,poteva dare alla giovane vedova almeno il senso di una
maggiore accettazione del dramma della morte. Il fatto: La mattina del 17
settembre del 1916 il Capitano Valdimiro partì,insieme con altri
aerei,per il bombardamento di un’importante
località militare nemica nel Trentino. Il suo aeromobile,nel quale vi era anche
il secondo pilota sergente Igino Bevilacqua, eil mitragliere Emilio Blesso,si
trovò isolato dagli altri aerei.Intento a lanciare ordigni,fu all’improvviso
assalito da tre aerei austriaci che lo colpirono danneggiandolo rovinosamente.Il
Capitano cercò pertanto di riprendere il controllo dell’apparecchio,ma
un’ulteriore mitragliata gli trapassò gravemente il ventre.Eluse ai compagni
il suo ferimento e prossimo alle nostre linee,,e solo quando le forze vennero
inevitabilmente meno,cedette il comando al secondo pilota. Atterrati,gli altri
due componenti dell’equipaggio lo adagiarono dietro un muretto per ripararlo
dal fuoco nemico,ma le condizioni erano gravissime,trasferito all’ospedale
di Avio spirò dopo alcuni giorni.
L’eroica abnegazione fu promossa dal comandante del Corpo d’Armata con la
M.A.V.M. proclamata con D.L. del 16 novembre 1916,con la motivazione
indicata nel riquadro:Pilota aviatore,durante un’azione di
bombardamento,attaccato da tre apparecchi nemici e ferito gravemente
all’addome da proiettili di mitragliatrice,con ammirevole sangue freddo ed
alto sentimento del dovere,rimaneva al governo dell’apparecchio,che riusciva a
ricondurre nelle proprie linee,sebbene i motori avessero cessato di funzionare e
molti organi vitali di essi fossero stati colpiti.Già distintosi in precedenti
azioni.Cielo di Matterello,17 settembre 1916.
Questa
la vicenda storica ed umana di un eroico capitano di cavalleria insignito di
medaglia,ma quasi sconosciuto per altri versi,fin quando, nel 1977 su la Stampa
in un articolo a firma di Daria Dezzuto,dal titolo:Sergente confessa dopo 62
anni un’azione di guerra su Trieste il nome del Capitano Valdimiro riemerge
dalle trame della storia portando alla luce un inedito racconto della sua vita.
Il fatto è quello di un’azione compiuta nel panorama storico della guerra
irredentistica nata con l’intento di riguadagnare al territorio italiano le città di Trieste e Trento,episodio
finale di quel lungo processo che porterà all’unità d’ Italia. L’evento
fu portato alla ribalta storica dal sergente Moretto Aroldo che fornì il suo
personale ricordo quale mitragliere del Caproni comandato dall’allora tenente
Valdimiro. Apprendiamo,che fu un’operazione
nata su libera iniziativa di quest’ultimo e dunque taciuta alla gerarchia
superiore nel timore di provvedimenti disciplinari,benché, se pur all’oscuro
del nome dei componenti,già nell’agosto del 1916 l’azione fu menzionata in
un quotidiano milanese. Il fatto avvenne il 1° agosto del 1916,allorquando
numerose squadriglie di aerei Caproni fecero incursione sulla base dei
sottomarini della città di Fiume.Il comandante della
decima squadriglia,che era di base a Campoformido,nei pressi di Udine,
era il Capitano De Riso,anch’egli di cavalleria,e della decima squadriglia
faceva parte il Caproni comandato dal pilota maresciallo di finanza Bigliani,nonché
il sergente Moretto Aroldo,M.A.V.M.
Di
ritorno dall’incursione su Fiume,sorvolando Muggia nei pressi di Trieste,il
Caproni fu attaccato da un caccia austriaco che fu prontamente abbattuto
dall’aereo italiano.Il Caproni era però ancora carico di tre bombe,sceso
dunque a bassa quota sul porto di Trieste,frapponendosi al fuoco delle
mitragliatrici antiaeree il tenente Valdimiro ordinò di scaricare questi ultimi
ordigni su un monumento che faceva mostra di se sulla piazza. Si trattava di un
monumento ligneo,vera onta per la memoria dei nostri Caduti. Eretto sulla piazza
del porto di Trieste,e dedicato al “ Marinaio “ fu innalzato affinché i
triestini lo schernissero infilzandolo di
chiodi in segno di spregevole disprezzo per l’avversario.
L’azione
che portò all’incendio e distruzione del monumento.promossa su ordine di
Filippo Valdimiro nacque dal desiderio di difendere dal cielo la memoria dei
commilitoni deceduti per la Patria. Il Capitano,prima ancora dunque del supremo
sacrificio,per taluni forse solo sfortunata vicissitudine di guerra,diede in
modo inequivocabile prova del suo attaccamento alla causa unitaria. La forza
evocativa che un’immagine potè dare,come quell’iconica del monumento
triestino,fu spezzata da un atto gratuito nato non da un comando superiore,non
da un ordine,ma dalla sola semplice ed eroica forza morale di chi,come il nostro
cavalleggero seppe anteporre la difesa della memoria dei caduti al rischio della
perdita della sua stessa vita in mezzo all’inferno di fuoco delle
mitragliatrici antiaeree. E se uscì indenne da questa rischiosa operazione,che
non previde un obiettivo militare ma morale,il dramma avverrà circa un mese
dopo,a soli 31 anni,a seguito di un altrettanto eroico gesto sul cielo di
Matterello come abbiamo avuto modo di ricordare.
L’eredità
storica di Filippo Valdimiro è oggi tutelata dalla gentile nipote,la signora
Alessandra Povia Valdimiro che ha donato al Museo della Cavalleria i cimeli del
nonno,importanti testimonianze oggettuali della sua memoria.Si è
inoltre attivata per far sì che il comune di Scalegne (TO),che già ha
dedicato al capitano un cippo nel parco della Rimembranza,possa dedicargli anche
una via in suo nome. E’ talmente forte il desiderio di non disperdere il
ricordo del nonno che ha perfino intentato un procedimento per far sì che il
suo nipotino possa portare il cognome di Valdimiro.
Quella di Filippo Valdimiro cavalleggero di “ Vicenza “ è una
bella storia umana,una tra le molte sconosciute vicende di eroici italiani in
guerra,questa è la vicenda di un uomo nato in un piccolo paesino e morto come
un grande eroico Cavaliere dell’Aria.
(Tratto da: “ Rivista di Cavalleria”
luglio 2003)
Massimiliano
Guetta
Nel 1916 rientrando da un’incursione aerea su Fiume,abbatté il monumento al Marinaio:” era un insulto per i nostri caduti”.
Un’azione di guerra,avvenuta nel conflitto mondiale 1915-1916,taciuta allora per evitare misure disciplinari,in quanto fu intrapresa su iniziativa personale,è stata svelata,dopo 62 anni,da uno dei protagonisti. Il fatto aveva suscitato grande scalpore ed un quotidiano milanese del 2.08 1916,che era stato informato dalla Svizzera,aveva dato risalto al servizio,ma nessuno era riuscito a sapere i nomi dei componenti dell’equipaggio dell’aereo autore dell’incursione.Ma perché si era data tanta importanza all’impresa ?
Sulla piazza del porto di Trieste era stato eretto un monumento di legno dedicato al “ Marinaio “affinché i Triestini lo infilzassero con chiodi in segno di disprezzo per la guerra irredentistica che voleva la liberazione di Trento e Trieste.
Un aereo Italiano,sfidando il fuoco incrociato della contraerea,era sceso a bassa quota ed aveva incendiato e distrutto il monumento.
La rivelazione è giunta dall’Argentina,dove a Cordoba vive Aroldo Moretto.79 anni nativo di Pancalieri ed emigrato in Sud America nel 1901,che fu u no degli autori di quell’azione.
L’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria aveva spinto il Moretto,che era sotto leva ad imbarcarsi nel giugno del 1915 sul piroscafo “ Principe Umberto “ per rientrare in Italia a combattere per l’unità della sua patria.
Entrato in aviazione come mitragliere di squadriglia,Aroldo Moretto venne decorato di medaglia d’argento al valore militare dopo il bombardamento di Fiume ed il 19 luglio 1917 fu promosso al grado di sergente per merito di guerra.
Al termine del conflitto aveva al suo attivo più di 90 azioni di combattimento,64 delle quali erano per bombardamenti aerei contro le posizioni nemiche.
Lasciamo alla sua descrizione l’azione di guerra di quel giorno,che venne considerata dal nemico una provocazione e che suscitò lo sdegno degli austriaci e l’ammirazione degli italiani.
“ Il 1° agosto 1916,per ordine del reparto di artiglieria aeronautica-racconta Aroldo Moretto- numerose squadriglie di aerei” Caproni “ attaccarono la base di sottomarini della città di Fiume.
Il comandante della 10 °squadriglia,che era di base a Campoformido,nei pressi di Udine,era il cap .De Riso ed il “ Caproni “ sul quale ero mitragliere era comandato dal pilota tenente Valdimiro ed aveva come secondo pilota il maresciallo di finanza Bigliani”.
“ Al rientro dell’incursione-continua Moretto – sorvolando Muggia vicino a Trieste,fummo attaccati da un aereo caccia austriaco che abbattemmo in combattimento.Sul nostro aereo avevamo ancora tre bombe e così decidemmo di distruggere quel monumento di legno che era per noi un insulto ai nostri caduti.Scendiamo a bassa quota sul porto di Trieste- conclude- e passando tra il fuoco delle mitragliatrici antiaeree,scaricammo le bombe sulla piazza e sul famigerato monumento di legno.Al nostro ritorno tacemmo l’azione,ma il fatto venne riportato dai giornali italiani del giorno seguente ed intimamente funno soddisfatti della nostra impresa “.
DARIA DEZZUTTO